Una chiaccherata con dei giovani frontalieri

Stasera mi trovavo al New Orleans a Lugano, insieme alla mia compagna, ed una coppia di amici a bere qualcosa. Erano le 23 circa e si parlò del più del meno, finché non toccammo il tema del lavoro in Ticino, e di conseguenza del frontalierato. In quel momento a fianco a noi si siede un gruppo di giovani. Fin qui nulla di che. Io stavo esponendo la mia posizione e soprattutto spiegando di cosa si trattasse l’iniziativa popolare federale “Stop all’immigrazione di massa”. In quel momento, uno dei giovani, sposta la sedia e si gira verso di noi per ascoltare, dopo di che si è introdotto nella discussione chiedendo spiegazioni in merito a questa iniziativa . Ho esposto i fatti e subito, in modo diretto, questo giovane di 18 anni (italiano, residente in Ticino) mi ha raccontato di essere stato licenziato dalla azienda dove stava seguendo il II anno di apprendistato in qualità di asfaltatore (“chapeau” per la scelta, per nulla scontata oggi per un ragazzo così giovane) per assumere personale frontaliero. La ditta in questione, è una grossa azienda edile a livello nazionale. Mi riprendo dallo shock, misto a rabbia, momentaneo e il giovane mi conferma di aver trovato, fortunatamente, un’impiego in un’altra impresa edile del luganese per poter terminare la sua formazione. Subito dopo interviene un’altro membro del gruppo che, sconcertato, mi chiede se l’iniziativa avesse l’effetto di sbattere fuori tutti i frontalieri. Mi sorge immediatamente un dubbio che il giovane che avevo di fronte non fosse residente qui, e la conferma è arrivata subito dalla persona interessata che mi spiega di essere un frontaliere (21 anni, montatore di elettro impianti) che di recente è stato licenziato dal suo datore di lavoro per assumere un residente. Ho subito pensato “ecco il perché delle grosse nevicate dei giorni scorsi”. Non mi tiro indietro e parlo netto e schietto con il giovane spiegando cosa sta succedendo in Ticino (fatti, cifre e sostituzione di manodopera indigena con manodopera frontaliera), assicurando nel contempo che l’iniziativa non avrebbe annullato il fenomeno perché vi sono molteplici settori lavorativi in Ticino dove la manovalanza prestata dal Frontaliere è di primaria importanza (i cosiddetti “lavori che il ticinese non fa”). Si tratta esclusivamente di rimettere dei paletti alle nostre aziende che, in poco meno di 10 anni, hanno dimostrato totale assenza di senso etico e sociale e di puntare esclusivamente agli utili sostituendo sempre più personale autoctono con personale da oltre confine (il numero di frontalieri nel settore III ne è la dimostrazione). Sottolineo di non essere contrario all’immigrazione in quanto tale, anche perché senza di essa non avremmo costruito granché in Svizzera (Alptransit inclusa), ma confermo la mia volontà di battermi per fare in modo che la Svizzera si riappropri del controllo su di essa. Si tratta infatti di far entrare lavoratori qualificati secondo le necessità del mercato e soprattutto secondo la clausola di preferenza indigena. La discussione si allarga al gruppo (anche loro residenti in Italia) e, a mia sorpresa, incasso la loro comprensione per le problematiche esposte e soprattutto un bel “fate bene a fare ciò che fate”. Non parliamo solo di questo però, anche perché dalla discussione emerge il fatto che se questi giovani potessero lavorare in Italia lo farebbero più che volentieri. Ma il loro paese non da più alcuna possibilità e soprattutto alcun futuro ai propri giovani, e questo a causa, guarda caso, agli extra-comunitari che in Italia si fanno sottopagare soffiando così il lavoro ai residenti. Si parla di politica italiana e di Grillo (che loro definiscono “venditore di fumo”) e di come tutto nel Bel Paese stia andando a rotoli e di come ammirano il nostro, sotto svariati punti di vista. Sono loro i primi a puntare il dito contro i frontalieri che, parole loro, “sputano nel piatto da cui mangiano” e che bollano la Svizzera come un “paese di merda”. Quello appena licenziato afferma addirittura che ha l’intenzione di cercare un impiego qui per poi trasferirsi ad abitare in Ticino, tanto la situazione è diventata insostenibile al di là di Chiasso-Brogeda. Una discussione durata una buona oretta e in cui non è mai mancato il rispetto reciproco come pure la comprensione, fino a quando il gruppo si è congedato salutandoci e augurandomi di far strada (avevo accennato di far politica).

Con questo racconto non voglio assolutamente comunicare di aver cambiato idea. Resto fermamente convinto che la Svizzera non può salvare il mondo e tanto meno l’Italia e i suoi abitanti. Vado avanti con le mie idee e sostenendo tutto ciò che possa dar benessere e sicurezza ai residenti del mio paese. Prima la Svizzera e gli svizzeri, poi gli altri!
Certo è che, stasera, ho avuto la possibilità di confrontarmi con dei giovani frontalieri che annaspano pur di sopravvivere e che soprattutto, a differenza di molti altri, oltre a lavorare spendono qua parte del loro stipendio in una serata nella movida luganese (che come sappiamo tutti, ha tutto da invidiare da quella oltre confine). Delle persone che la sanno lunga, pur essendo così giovani, e la quale situazione mi lascia l’amaro in bocca pensando al fatto che troppo presto hanno dovuto crescere, bruciando gran parte di quella spensieratezza che dovrebbe caratterizzare la gioventù. Una situazione che sta prendendo piede anche qui da noi e che rischia di colpire duramente i nostri giovani, se non viene fatto qualcosa immediatamente.

In ogni caso mi sento di augurare loro ogni bene e spero per loro che in Italia si verifichi quanto prima un cambiamento radicale e che i giovani italiani possano tornare a sperare in un futuro a casa loro!

Alain Bühler

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